Prima di diventare Gregor Samsa

Quando hai un buon lavoro, uno di quei lavori che ti permettono di pagare l’affitto, mangiare bene, concederti qualche uscita e magari anche qualche volo fuori dal Paese, sembra quasi che intorno a te aleggi una specie di nebbia fatta di obbligo alla gratitudine. Una nebbia che ti impedisce di lamentarti più del dovuto o anche solo di desiderare altro. E chissenefrega se la tua passione si trova al polo opposto di quello che fai tutto il giorno, seduta a una scrivania. Hai presente cosa significa, oggi, avere un lavoro ben retribuito?
Quindi mi taccio. Cerco di non lamentarmi più del dovuto. Non sta bene.
È vero, potrei essere completamente insoddisfatta del modo in cui spendo buona parte delle mie giornate, ma ci sono le bollette, la spesa e tutto quel paniere di responsabilità economiche che la vita adulta, prima o poi, ti mette davanti.

Passano quindi le otto ore, contane un’altra di traffico e finalmente sei a casetta. Ore 19.00. Decidi che puoi concedertelo, un po’ di relax-spazzatura. Apri TikTok.
Ed eccolo lì, più coraggioso di Achille: ha mollato il posto fisso e adesso è libero dagli schemi.
Tu sei ancora in ufficio nonostante non ti piaccia? Wow. Allora non ci credi abbastanza. Non hai scritto bene i tuoi desideri sul diario. Metti in uno zaino un panino, una bottiglietta d’acqua, 50 euro e dai quelle maledette dimissioni. E poi parti.

Parto dove? Va be, vediamo.

Chiami la mamma e le dici: «Mamma, ho deciso. Mollo il lavoro e cambio vita».

Inizio già a sentire il suo respiro farsi sempre più affannoso e la voce alzarsi in un climax di paura e sdegno:

«TU LASCI IL LAVORO? SAPETE SOLO LAMENTARVI. IO HO FATTO SEMPRE SACRIFICI NELLA VITA MIA, E LO STIPENDIO TUO NON L’HO ANCORA RAGGIUNTO».

Mia madre, la coscienza antica. Quella che sa che nella vita bisogna lavorare, fare sacrifici e, possibilmente, mangiare carne ogni tanto.
Ok. Ma quello su TikTok allora che cazzo fa?
E poi non penso che avere un lavoro significhi firmare col sangue, sulle tavole di Mosè, un accordo per l’eternità. Quindi qualcosa non torna.
Faccio partire il criceto in testa e torno su Achille. Quando ha lasciato il lavoro, l’affitto come lo pagava? Che strano, non lo dice. E la spesa? Le bollette? I mesi in cui magari il nuovo progetto non produceva ancora un euro?
Possibile che non esista un manuale su come cambiare vita senza finire sfrattati o diseredati?
Intanto il criceto mostra i primi segni di stanchezza. Forse dovrei chiudere TikTok.
Anzi no. Lo riapro e riascolto Achille. Lui, nel frattempo, farà bene a coprirsi i talloni.
A un primo ascolto mi era sfuggita una cosa piuttosto importante: il suo racconto parte dalla fine. Quindi nessun colpo al tallone, per lui ormai tutto ha già funzionato. Sa che dopo le dimissioni è arrivato il progetto, che dopo il progetto sono arrivati i soldi, che dopo la paura è arrivata la famosa nuova vita. Raccontata così, a ritroso, ogni scelta sembra quasi inevitabile.


Peccato che, quando ha dato quelle dimissioni, il finale non lo conoscesse ancora.
Forse è questo il problema delle storie di rinascita, ovvero che non è detto che siano false. Però vengono raccontate quando sappiamo già come sono andate a finire e finiscono per assomigliare a istruzioni, quando istruzioni non sono.

In ogni caso, io sono ancora qui. Con l’affitto, le bollette, il criceto ormai allo stremo e due scuole di pensiero che mi urlano nelle orecchie.

Da una parte mia madre: hai un buon lavoro, ringrazia e fai sacrifici.
Dall’altra Achille: se non sei felice, mollalo; se non lo molli, evidentemente non lo vuoi abbastanza.
Una mi fa sentire ingrata se desidero altro. L’altro mi fa sentire codarda se non sono ancora riuscita a prendermelo.
A questo punto cosa dovrei fare? Aspettare di trasformarmi in un insetto come Gregor Samsa?

Quando Gregor si sveglia trasformato in una creatura mostruosa (facciamo pure uno scarafaggio, tanto ormai siamo abituati a immaginarlo così) davanti a quello che dovrebbe essere il momento più sconvolgente della sua esistenza, tra le prime cose di cui si preoccupa ci sono il lavoro, il treno perso, il ritardo, il principale.
Il lavoro è riuscito a colonizzare persino il momento più clamoroso della sua esistenza.
Pensandoci, Gregor non aveva TikTok. Non aveva video motivazionali, quiet quitting, corsi per trovare il proprio “purpose” o qualcuno che gli spiegasse che gli bastava uscire dalla “comfort zone”. Aveva un lavoro che detestava, una famiglia che dipendeva economicamente da lui e la sensazione di non potersene andare.
Quindi forse questa storia non me la sto inventando.

Eppure sembra sempre che il problema sia appena arrivato, insieme ai giovani di oggi che non vogliono più lavorare, non sanno fare sacrifici e pretendono persino di trovare un senso nelle otto ore che occupano buona parte della loro vita.
Che poi, va be, “i giovani di oggi” sono evidentemente una razza in costante degenerazione da almeno duemila anni.

L’insofferenza verso una vita trascorsa facendo qualcosa che sentiamo estraneo non è arrivata insieme agli smartphone. Per molto tempo, semplicemente, abbiamo avuto meno parole, e probabilmente anche meno diritto, per dirla ad alta voce.
Il sacrificio faceva parte del contratto. Si lavorava perché si doveva lavorare. Si resisteva perché bisognava resistere. Insieme al contratto sembrava quasi arrivare un blocchetto di buoni pasto da riscuotere in sacrifici.

E sia chiaro. Io non penso che il sacrificio sia diventato improvvisamente una brutta parola. Non mi sento nemmeno meno disposta a fare sacrifici.
Mi sento solo meno disposta a considerare il sacrificio una giustificazione sufficiente per qualunque forma di vita.
Sinceramente, comunque, non credo che le antenne dello scarafaggio si intonino particolarmente bene con il mio colore di capelli.

Quindi devo trovare un’altra soluzione...

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