Nati fuori stagione

Ho recentemente guardato Pecore sotto copertura. Si è già parlato abbastanza di questa bellissima commedia cozy-crime con Huge Jackman (love him), ma non voglio comunque smettere di nominarlo, perché merita davvero una visione.
Naturalmente, sono stata immediatamente e inesorabilmente rapita dall’Agnellino di inverno e dalla tenerezza che suscita, e oggi mi concentrerò su di lui (e anche altri).

L’Agnellino d’inverno in The Sheep Detectives (2026). Courtesy of Prime Video / Amazon MGM Studios.

Già un agnello, di per sé, risveglia un certo istinto di protezione, ma immagina quello che può fare se parla con la voce di un bambino. Inoltre, ha il mantello marezzato di nero e bianco, zampette sottili ed esili e occhietti languidi e indifesi. Non bastava tutto questo a straziarmi, no. Il piccolo viene anche escluso a priori dal gregge.



Vi starete chiedendo qual è la sua colpa? Essere nato in un periodo diverso da quello in cui nascono normalmente tutte le altre pecore.
Sulla propria nascita, naturalmente, non aveva alcun controllo, ma al resto del gregge poco importa perché semplicemente seguono le stesse regole senza logica che si rispettano da sempre.
Mi sento in dovere di fare una piccola dichiarazione di non responsabilità: vedere l’Agnellino d’inverno emarginato vi colpirà come un proiettile non estraibile.
Sono anche abbastanza consapevole del fatto che la sua figura non rimanga addosso soltanto per la sua dolcezza, ma anche perché quella dinamica è assai riconoscibile.
Credo sia molto facile riconoscersi in una sensazione di esclusione, sopratutto quando non si riesce nemmeno a comprenderne fino in fondo il motivo. Magari è il tuo primo periodo in un nuovo lavoro, o stai cercando di ambientarti in una palestra, oppure sei in una nuova città, alle prese con l’inizio dell’università. Può succedere a tutti di avere qualche problema a integrarsi.

Da bambini (o agnellini) può bastare pochissimo. Già trovare il coraggio di avvicinarsi a una conversazione può essere difficile, immagina poi accorgerti che nessuno coglie quello che hai appena detto. Resti lì, in piedi come un cipresso, un passo indietro per non dare troppo fastidio, mentre gli altri decidono con chi giocare. Tu aspetti speranzoso di essere chiamato. Vabbè, ci si riprova il giorno dopo.
In particolar modo quando sei un bambino, non possiedi ancora tutti gli strumenti necessari per interpretare una cosa del genere. Non pensi alla complessità dei gruppi, alle simpatie che si formano quasi per caso o alle dinamiche sociali sulle quali hai pochissimo controllo.
È più facile scivolare nel pensiero che ci sia qualcosa di sbagliato in te, qualcosa che forse dovresti modellare.

Comunque, tornando alla narrazione del film, l’Agnellino continua molto timidamente a cercare un contatto, finché non gli si presenta quella che sembra la ghiotta occasione per guadagnarsi un posto nel gregge. Non voglio fare spoiler, quindi non dirò esattamente cosa succede. Vi basti sapere che il suo aiuto si rivela cruciale per il caso.
Quando se ne rende conto, torna così dalle altre pecore: con l’euforia stampata in faccia, come per dire: “Avete visto tutti cosa ho fatto?”.

Eh già. Lo so che avete capito, e no, non riceve alcuna risposta.
Perciò, sulla strada di casa, mentre il gruppo procede compatto davanti a lui, l’Agnellino torna cento passi indietro rispetto agli altri. A testa bassa e, ancora una volta, da solo.

Anche questo può essere considerato un evento canonico di chi ha conosciuto il senso di abbandono. Quel minuscolo momento di riconoscimento per ciò che l’Agnellino aveva fatto, non è bastato a farlo amare per quello che era.

Still da The Sheep Detectives (2026) — Courtesy of Amazon MGM Studios © 2026 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

In tutto questo, un altro personaggio colpisce particolarmente. Guardandolo, è difficile non pensare all’Agnellino d’inverno qualche anno più tardi. E in effetti Sebastian può essere considerato a tutti gli effetti una sua versione adulta, perché è stato anche lui una pecora d’inverno, e anche lui ha convissuto con l’onta di essere nato diverso.
Sebastian potrebbe allora essere l’esempio di chi ha risposto all’ostracismo cercando la solitudine. (Uno studio di Dongning Ren, Eric D. Wesselmann e Ilja van Beest ha osservato come l’ostracismo possa aumentare il desiderio di solitudine: essere esclusi, paradossalmente, può portarci a cercare ancora di più l’isolamento.)

In ogni caso, che per Sebastian la solitudine sia diventata un modo per proteggersi dal dolore di essere rifiutato non possiamo saperlo.Sappiamo solo che, da qualche parte lungo il percorso, un piccolo agnello d’inverno è diventato una pecora solitaria. Non sappiamo, però, se l’abbia scelto lui. Se fosse davvero la sua indole o se sia stato semplicemente il crudele epilogo di un’esclusione ripetuta abbastanza a lungo.

Forse, in circostanze diverse, Sebastian sarebbe stato la pecora più amata del gregge. Quella simpatica, quella più brillante, quella che intratteneva tutti con aneddoti improbabili raccolti durante le sue avventurose peregrinazioni.
Non possiamo saperlo, perché l’esclusione è arrivata prima che avesse la possibilità di scoprirlo. È arrivata come un treno, senza logica, perché la sua diversità, agli occhi degli altri, sembrava sufficiente a tenerlo fuori.

In ogni caso, sarebbe ingiusto ridurre Pecore sotto copertura a un film sulla solitudine e sull’ostracismo. È anche questo, ovvio, ma è soprattuto piccolo microcosmo in cui convivono osservazione, crescita, lealtà e amore.
Le pecore osservano, imparano, sbagliano, si fanno domande e cambiano idea. George le ama profondamente, e il suo amore è pienamente ricambiato nel modo più pure possibile: viene ricordato per sempre.

Un film difficile da dimenticare.

Note:

Ren, D., Wesselmann, E. D., & van Beest, I. (2021), “Seeking Solitude After Being Ostracized: A Replication and Beyond”, Personality and Social Psychology Bulletin, 47(3), pp. 426–440

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Prima di diventare Gregor Samsa