Io uccido di Giorgio Faletti: la mia recensione
Circa una settimana fa ho terminato di leggere Io uccido, di Giorgio Faletti, e non ho potuto fare a meno di notare, e voglio sottolinearlo, quanto il suo modo di scrivere mi sia piaciuto irrimediabilmente.
Non ho avuto solo il piacere di perdermi in un libro scritto bene, ho soprattutto potuto notare e apprezzare la cura nella scelta delle parole. E non solo, perché la mia adorazione ha raggiunto vette piuttosto alte anche davanti alle descrizioni, al ritmo delle frasi, al lessico ricco che riesce a rendere una scena quasi tangibile.
Leggendo un libro del 2002, inoltre, mi sono resa conto di percepire una certa distanza rispetto al modo in cui siamo abituati a farci raccontare le storie oggi. In Io uccido c’è un’attenzione (a volte persino prolissa), nel costruire un’immagine, nello scegliere una parola meno immediata, e perché no, concedere una pagina in più al racconto della vita di un personaggio, anche quando questo è secondario.
Da lettrice, questa cosa l’ho sentita moltissimo.
Proprio perché continuavo a pensarci, ho voluto capire se fosse soltanto una mia impressione. Ho scoperto che no, non sono affatto l’unica ad aver notato un cambiamento nel modo in cui la prosa contemporanea tende a novellare.
Caro lettore, però, si tratta di una riflessione troppo grande per rimanere confinata dentro questa recensione, per questo ho deciso di dedicarle un articolo a parte, che puoi leggere qui.
Torniamo quindi alla recensione di Io uccido.
La premessa è ormai piuttosto famosa: a Radio Monte Carlo arriva una telefonata durante una trasmissione notturna, dall'altra parte l’inquietante voce di un uomo preannuncia le sue intenzioni con due semplici parole:
«Io uccido».
Che la caccia all’uomo abbia inizio. Le auto delle polizia si fanno strada, omicidio dopo omicidio, per le lussuose vie di Monte Carlo, ma non c’è niente da fare, la mente del colpevole sembra essere sempre un passo avanti.
Si tratta a tutti gli effetti di un thriller, e leggendolo si ha la sensazione di stare guardando un film poliziesco americano. La cosa che però mi fa dire “ok, lo consiglio”, mi ripeto, è che Faletti dedica moltissimo spazio alle persone che abitano la storia. Sono personaggi costruiti su traumi, ossessioni, relazioni, passati che continuano a pesare sul presente.
Nonostante superi le seicento pagine, rimane un libro scorrevole. Avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un macigno da lasciare a metà, invece Faletti alterna tensione e lentezza, azione e introspezione, lasciando spiraglio alla storia.
Posso capire che la caratteristica di raccontare a lungo un pensiero, una persona o un luogo possano però non piacere. Dal canto mio, comunque, le digressioni di cui il libro è ghiotto danno al libro la giusta consistenza, ed è per questo che mi sento fiduciosa nel consigliarlo.
Non leggo molti thriller perché la brutalità degli omicidi non mi affascina più del dovuto, eppure in questo testo non ci sono solo sangue e paura, ma ti sembra quasi di empatizzare con l’omicida, per quanto profondamente disturbato e pericoloso.
È un libro che consiglierei non solo a chi ama i thriller, ma anche a chi ha voglia di leggere una storia raccontata con cura.
Alert: da qui in poi spoiler.
Se tra di voi ci sono lettori che hanno già terminato il libro, questa sezione è per voi. Da qui in poi possiamo parlare sapendo già come va a finire.
Bene, continuando, c’è una domanda che mi è sorta dopo aver spento il kindle. Una volta conosciuta la soluzione, è inevitabilmente tornare mentalmente indietro e chiedersi:
Faletti ci aveva davvero dato gli strumenti per capire?
Non so se dipenda dal fatto che non sono particolarmente pratica di thriller e misteri e che quindi il mio occhio sia ancora piuttosto inesperto, ma…proprio lui?!
Certo, immaginavo che l’assassino sarebbe stato tra personaggi già incontrati, e possibilmente anche insospettabili.
Ma avrei mai potuto pensare davvero che fosse lui?
Faletti ce lo presenta proprio come un bravo ragazzo, ma la cosa (geniale) che mi ha completamente depistata è il fatto che assistiamo alle telefonate. Perciò, nonostante la mia discreta indole complottista, sarei dovuta arrivare non soltanto a pensare che lui stesse mentendo, ma persino a immaginare l’esistenza di una voce registrata. E no, non ci sono arrivata.
Sapere cosa ha portato l’assassino a tutto questo, però, mi ha lasciato con una sensazione piuttosto scomoda. Perché quello che ha fatto Daniel è atroce, e non c'è trauma che possa giustificare le sue mattanze. Eppure, quando Faletti finalmente ci racconta chi era prima di diventare “Nessuno”, faccio fatica a vedere soltanto il mostro.
Vedo anche un bambino cresciuto nell'isolamento, sottoposto alla follia di un padre violento, con un fratello che amava e che le briciole del mondo in cui vivevano gli avevano insegnato a considerare mostruoso. Vedo qualcuno che ha imparato l'amore, la paura, la violenza e persino la normalità attraverso gli occhi deformati (e diabolici) di qualcun altro.
Mi è rimasta in testa una domanda che lascio aperta perché non so rispondere: empatizzare con un assassino per via del suo passato significa rischiare di attenuarne le responsabilità?